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La prossima settimana segnerà per molti studenti il tanto temuto ritorno fra i banchi di scuola. Alle prese con gli ultimi compiti delle vacanze e l’acquisto dei nuovi libri, gli alunni di ogni ordine e grado si preparano all’inizio delle lezioni e ad altri nove lunghi mesi di lavoro. Tutti noi ricordiamo quella sensazione fatta di sottile malinconia per la fine dell’estate, accompagnata dalla gioia di rivedere i compagni, con cui, in assenza delle tecnologie di cui disponiamo oggi, era difficile mantenere i contatti durante le vacanze. Oggi è sicuramente diverso: i nostri figli e i loro amici restano costantemente connessi, pur non avendo l’occasione di vedersi fisicamente e ciò accade grazie al digitale. Talvolta, per questa generazione di nativi digitali il rientro a scuola segna il ritorno a un mondo offline, dove in alcuni casi è vietato usare, anche a scopo didattico, gli strumenti tecnologici che i ragazzi possiedono.

Di fatto, nonostante gli innegabili passi avanti che la nostra scuola ha fatto in materia di adozione del digitale, risulta oggettivamente difficile pensare che ragazzi cresciuti a pane e social media, che hanno imparato a scrivere sulla tastiera di uno smartphone prima che con una biro, possano trovare in qualche modo interessante l’approccio al “digital” del sistema scolastico italiano. Questo malgrado vi siano alcune isole felici che hanno già compreso che “scuola digitale” non vuole dire avere il wi-fi o la LIM, ma significa avere un approccio “digital” anche all’insegnamento, facendo in modo che i libri di testo tradizionali siano integrati da strumenti digitali, questi ultimi già in possesso dei ragazzi.

Eppure negli anni sono stati innumerevoli i tentativi fatti, da più parti, per modernizzare il blasonato sistema scolastico italiano al fine di svecchiarne alcuni tratti, ormai oggettivamente vetusti. Una delle tante riforme della scuola venne strutturata sulle cosiddette tre “i”: impresa, inglese e informatica. Nonostante questo, fino a qualche anno fa, in molti licei le ore dedicate allo studio dell’informatica erano appannaggio dei prof di matematica, che spesso le usavano come ore di scorta per terminare i ben più massicci programmi di matematica e scienze. Adesso, grazie allo spopolare dei social media e al moltiplicarsi dei digital device, lo studio e l’approfondimento di tutte quelle tematiche connesse all’uso della tecnologia sembrano passate dall’essere “x sconosciute” all’essere almeno “roba da nerd”. Il che rappresenta un miglioramento, dato che i nerd adesso vanno di moda! Non possiamo certo parlare di rivoluzione, ma certo è lecito parlare di presa di coscienza da parte della scuola italiana di un ritardo che può e deve essere colmato.

Con la riforma della “Buona scuola”, approvata nel luglio del 2015, il nostro Paese sta cercando di ridurre quel gap digitale che lo separa dagli altri stati europei, che da anni hanno inserito l’informatica, ma soprattutto il tema della digitalizzazione, fra i punti imprescindibili per rendere il sistema scolastico nazionale moderno e competitivo. Sviluppo del pensiero computazionale e utilizzo critico dei social network sono solo alcuni degli obiettivi su cui si fonda la parte “digital” della riforma targata Giannini, per la quale è previsto uno stanziamento di un miliardo di euro. Parlando più concretamente delle misure che verranno adottate, la riforma varata dal Governo Renzi si prefigge di migliorare in modo sensibile la disponibilità e la qualità degli spazi di apprendimento, rendendoli più smart e connessi, e di proseguire sulla strada della dematerializzazione, dando vita a una vera e propria amministrazione scolastica digitale, sia attraverso la creazione di una identità digitale per studenti e docenti, sia attraverso un maggior uso del registro elettronico. Sempre fra gli obiettivi del MIUR, vi sono il rafforzamento delle competenze digitali degli studenti italiani e la volontà di rendere più stretto il legame fra lavoro e apprendimento anche e soprattutto in chiave maggiormente digital e ICT. Questo perché le competenze digitali non rimangano fini a se stesse, ma piuttosto vengano utilizzate come strumento di comunicazione, interpretazione e scambio anche nella vita quotidiana.

Certo non mancano le resistenze e le difficoltà. Un esempio per tutti è rappresentato dal tanto discusso registro elettronico. Teoricamente questo dovrebbe consentire ai genitori di conoscere quasi in diretta l’andamento scolastico dei propri figli, di ricevere le comunicazioni scuola-famiglia e di monitorare lo stato di avanzamento dei programmi didattici. Questo in teoria, dato che non sono molti i docenti che compilano il loro registro elettronico in modo regolare. E i motivi sono tanti: dalla scarsa abitudine a farlo (motivazione che era già riscontrabile ai tempi del registro cartaceo) alla mancanza di mezzi, passando per i paradossi burocratici che avvolgono l’interna questione. Di fatto, molti insegnanti non dispongono degli strumenti tecnologici per aggiornare quotidianamente il loro registro elettronico e ciò li costringe a svolgere questo lavoro a casa, fuori dall’orario di lavoro, magari portando con loro il registro cartaceo, col rischio di incorrere anche in una denuncia. Un paradosso all’italiana, ma che ben descrive quella che è la situazione del nostro sistema scolastico dal punto di vista digitale.

Per contro, ci sono tante iniziative che funzionano, portate avanti da insegnanti che potrebbero essere definiti dei veri e propri “digital evengelist”. Un nome per tutti è quello di Dianora Bardi, ideatrice dell’omonimo metodo e della teoria della “classe scomposta”, due degli elementi fondamentali che animano il centro studi Impara Digitale, nato nel 2012 con l’obiettivo di promuovere una modalità didattica innovativa, che permetta alla scuola italiana ed europea di beneficiare significativamente del potenziale offerto dall’introduzione della tecnologia digitale. Il lavoro di Dianora Bardi assieme a quello di molti altri docenti lungimiranti ha permesso e permetterà di portare avanti il processo di digitalizzazione del sistema scolastico italiano.