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Che cos’hanno in comune Chuck Norris, i Canadians e Prima Pagina? Massimo Fiorio, anzi Dietnam, è una delle personalità storiche dell’Internet italiano. Un po’ pusher di facts sull’attore statunitense e un po’ bassista di una delle più note band indie nazionali del decennio scorso, Dietnam è a tutti gli effetti una net-star della prima ora, di quelle che per una serie di casualità – attitudine al social networking fin da quando non era stato ancora inventato, intelligenza e versatilità – ancora dopo 10 anni risultano seguitissime sui canali del web. Dallo scorso gennaio Massimo è in forza allo staff di Prima Pagina, in cui si occupa di Digital PR e di Social Media. Non potevamo non presentarlo strappandogli qualche impressione su Internet e quello che c’è intorno.

Come sei diventato Dietnam?

Per caso. Ho trascorso molto tempo della mia carriera universitaria “poco standard” su Internet, aprendo un blog nel 2003 (il periodo in cui sono nati tutti i blog italiani più importanti, ndr) e scegliendo un nick che non ha un significato vero e proprio. Grazie a quell’esperienza ho iniziato a fare cose e conoscere gente. All’inizio in ambito musicale, cercando opportunità per il mio primo gruppo, quindi con il fenomeno di Chuck Norris che mi ha dato più visibilità. L’intuizione è stata quella di italianizzare un tormentone già diffuso all’estero, il che ha contribuito alla sua diffusione e mi ha permesso di sfruttare un po’ di notorietà sui vari canali social.

Dal blog infatti sei poi approdato su Twitter.

A fine 2009 avevo circa 700 followers su Twitter, ero iscritto dal 2007 e, considerando il periodo, erano un buon numero. Quando è stato ufficializzato Twitter in italiano il mio account è stato incluso tra i profili consigliati, in mezzo a utenti sicuramente più noti, da Renato Brunetta a Elio e le Storie Tese, e nel giro di poche ore ne ho raccolti più di un migliaio di nuovi fino ad arrivare agli attuali 24 mila.

Per risultare interessante a una fan base così ampia su un canale come Twitter è importante essere eclettici o gli utenti preferiscono contenuti verticali su temi specifici?

Mi sono spesso interrogato, e ho coinvolto anche i miei contatti in questa riflessione, se è meglio essere bravissimo in una cosa o abbastanza bravo in tante. Per quanto mi riguarda, penso di riuscire a cavarmela un po’ in tutto. So fare mille cose benino invece che una sola perfettamente, il che lo considero un vantaggio perché mi ha consentito di spaziare in vari campi. Questo riflette anche l’approccio che ho avuto con la musica: so suonare tutto da autodidatta che è come dire che non so suonare niente. Ma mi è sempre piaciuto provare esperienze diverse senza specializzarmi in qualcosa.

Avere così tanto seguito implica una maggiore attenzione in ciò che si pubblica?

Non me ne sono mai preoccupato fino a poco tempo fa, poi ho iniziato a fare caso a questo aspetto – soprattutto sulla forma di ciò che scrivo – e da allora ho avuto diverse opportunità professionali. Quando poi si mescolano sui social vita privata e lavorativa, darsi un contegno viene da sé.

Come giudichi questa commistione tra sfera personale e professionale per chi lavora con Internet, e non solo considerando il superamento degli orari di lavoro tradizionali? Secondo te sono le aziende o le figure come la tua ad essere più inclini a questo approccio?

L’uso dei social media per lavoro, nella mia esperienza, è stato conseguente alla componente personale. Ci sono ancora aziende che non approvano che il loro brand sia associato a un genere di comunicazione specifico come quello in uso su certi canali, mentre altri hanno saputo cogliere queste opportunità. Ho collaborato con realtà che, pur con una serie di linee guida su toni e terminologia, vedevano positivamente che il loro marchio direttamente o indirettamente – tramite argomenti riconducibili alla loro sfera commerciale – venisse utilizzato nei miei tweet.

Come valuti lo scambio con la tua fan base?

Il numero di persone che mi segue oggi non ha lo stesso valore di un tempo, le misure di grandezza con l’esplosione della popolarità di Twitter sono cambiate. Ci sono i follower più attivi e affezionati, con i quali c’è una interazione reciproca, ci sono persone che retwittano i miei contributi e contribuiscono ad aumentare il numero di persone raggiunte da ciò che scrivo o da ciò che io stesso retwitto. In genere comunque cerco di rispondere a chiunque mi rivolga una domanda che richieda una risposta. Questo perché stare in mezzo alla gente, sui social network, mi piace e non mi piacciono le persone maleducate che non rispondono mai.

Ti sarà quindi capitato di conoscere dal vivo qualcuno con cui hai interagito su Twitter.

Sì, e il lato divertente è che io mi presento sempre come Massimo, non mi piace quando le persone si presentano con il loro nickname, questo talvolta genera equivoci fino a quando è necessario rivelare la propria identità di rete.

Dove metteresti le tue energie se non trascorressi tutto il tempo in rete, se la rete non esistesse?

Giocherei a basket più spesso, dedicherei più risorse alla musica e viaggerei di più.

Ne deduco che la rete occupa uno spazio importante della tua vita e un ruolo fondamentale, sia nella scelta di ciò che fai che nella gestione delle relazioni.

In realtà non trascorro il mio tempo libero sempre connesso, non sono così schiavo della rete. La convivenza consente e impone di staccarsi da Internet. Diverso è se ti capita di vivere da solo.

Come si coltiva un brand personale?

Non mi sono mai concentrato su questo aspetto. Uso i social media come ho sempre fatto, non mi sono mai posto il problema di creare contenuti con l’obiettivo di aumentare o rafforzare la mia popolarità. Do vita a iniziative che mi divertono e, se hanno successo, tanto meglio. Di certo, essere scaltri anche quando l’iniziativa non è tutta mia ma è commissionata da un’azienda è fondamentale. Non sarebbe bello se, di punto in bianco, iniziassi a trattare un argomento che fino a quel momento non ho mai menzionato o affrontato. I follower non si fanno abbindolare, per fortuna.

Non hai mai l’impressione che quella dei social media sia una sorta di “great swindle” messa in pista dagli addetti ai lavori per creare l’illusione che ce ne sia veramente bisogno, in ambito business?

Lo scopriremo tra qualche anno quando gli sforzi promozionali delle aziende si indirizzeranno verso qualche altro canale marketing. Al momento mi pare di no: le aziende oggi sono tutte sui social network, è lì dove si stanno decidendo i giochi e dove si indirizzano gli investimenti in comunicazione. Moriranno alcune piattaforme che saranno soppiantate da altre, ma le cose continueranno così ancora per un po’. Vedo in piena salute Twitter, che a mio giudizio difficilmente lascerà il posto a qualcos’altro, a differenza di Facebook. Ma al momento tutto gira a favore dei social network, per mia (e nostra) fortuna.