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Social, sempre social, fortissimamente social! Questo ciò che emerge da una serie di rapporti pubblicati di recente sull’uso dei social media e dai numeri che riguardano gli strumenti simbolo della comunicazione moderna. I dati sono davvero impressionanti, roba da far impallidire anche il concetto di uomo come animale sociale, che visto con l’occhio del web 2.0 assume una connotazione molto diversa da quella aristotelica, esagerata e talvolta estremizzata. Prendiamo in considerazione solo ai primi tre social media per numero di utenti attivi: Facebook sta per tagliare lo stratosferico traguardo de due miliardi di user, Whatsapp e Messenger ormai hanno superato il miliardo. 

E tutti questi utenti sono anche persone con gusti, preferenze e aspettative che vedono nei social media degli strumenti da utilizzare a tutto tondo. Pensate alla gestione dei rapporti con gli amici lontani, alla necessità di informarsi o alla ricerca di un lavoro. Guardando poi a questo fenomeno in chiave più aziendalista, tutti questi utenti non sono nient’altro che potenziali clienti, che possono utilizzare i social per entrare in contatto con i brand.

Ma qual è la descrizione del perfetto cliente “social media friendly”? Secondo una recente ricerca di Sprout Social, l’uso dei social come mezzo per interagire con le aziende varia a seconda delle fasce d’età. Un po’ a sorpresa forse, la generazione che più delle altre segue i brand sui vari Facebook, Twitter e Instagram è quella che riunisce gli utenti fra i 35 e i 54 anni. La cosiddetta Generazione X è quella che più utilizza i social media per dialogare con le aziende e quella che compra di più dalle aziende che segue. Seguono a breve distanza i Millennial, mentre i Baby Boomer, meglio conosciuti come over 55, risultano molto meno inclini a usare le tecnologia social per entrare in contatto con i marchi.

Con il passare degli anni, con lo sdoganamento dei nuovi media, gli utenti-clienti sono sempre meno disposti a tollerare alcuni tipi di comportamenti social da parte delle aziende. Se i Millennial non amano le brutte esperienze in generale, i Baby boomer odiano lo spam, mentre la generazione dei 35-54 non sopporta gli atteggiamenti offensivi. In ogni modo tutti, ma proprio tutti concordano su un punto: la ripetitività è assolutamente inaccettabile.

Questo vale soprattutto nella pubblicazione dei contenuti. Un’azienda che posta di volta in volta le stesse cose, magari mettendo sempre il prodotto al centro e mai il cliente e le sue esigenze, non è vista di buon occhio. I social non sono più quelli di una volta. Non sono più delle vetrine statiche su cui pubblicare le informazioni riguardanti i prodotti. I social, per come gli utenti li intendono oggi, devono fornire contenuti di valore, generare emozioni attraverso immagini, video e testi. Il pubblico sceglie sempre di più cosa comprare, dove comprare e quando farlo, anche grazie alle opinioni condivise online. A dirlo è la ricerca Wave 9, che sottolinea come nella fascia d’età che va tra i 25 e i 34 anni, il 60% dei consumatori indirizza le proprie scelte anche e soprattutto in base alle informazioni, alle recensioni e alle chiacchiere che legge su internet.

L’altra faccia della medaglia di questo cambio di rotta nell’uso dei social media è rappresentata dal fatto che sono considerati sempre meno strumenti di svago e sempre più degli straordinari mezzi di promozione personale, attraverso i quali mostrare la parte migliore di sé. E questo lo hanno capito anche le aziende che, nel dover scegliere un candidato per una posizione lavorativa, valutano con grande attenzione la sua presenza sui social.

E questo è solo un piccolo spaccato di come utenti e brand siano sempre più connessi attraverso i social media. Un capitolo a parte e vastissimo è rappresentato dalla pubblicità, che sembra aver trovato sulle piattaforme come Facebook, Instagram o YouTube dei veri e propri terreni fertili, nei quali gettare quei semi di bisogno, necessità e desiderio che in fondo sono i veri motori dell’economia.