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diegoli

Se ne parla tanto oggi, e viene inteso generalmente come un insieme di tecnologie che consentono l’accesso a risorse (CPU, reti, server, storage, applicazioni e servizi) via web in modo configurabile e tagliato su misura per l’utilizzo richiesto, e sembra essere la manna per aziende di ogni tipo e dimensione, la soluzione a tutti i problemi, o almeno così si presenta negli spot in radio e Tv e su riviste di vario genere (dalle testate IT, a Repubblica a Quattroruote o Vanity Fair solo per citarne alcuni). Ma quando solo qualche anno fa si parlava di “modalità application as a service” ed era proposto da application service provider, che potremmo immaginare come precursori del cloud, non era altrettanto facile sentirne parlare, e nemmeno parlarne.

Lo ricorda bene Gianluca Diegoli, già uno dei migliori clienti di Prima Pagina che intorno al 2000 era Product Manager Asp e Manager Service di Nextra, un ISP con vocazione ASP acquisito poco dopo da Tiscali. Che fatica far comprendere a CIO e IT manager le opportunità date da questo modello di e-business, si diceva allora.

Era troppo presto per l’Italia? Troppe le barriere culturali da superare?

La prima risposta che mi sovviene è che sì, eravamo troppo avanti. Avevamo intuito che in teoria questo modello poteva portare a minori costi per l’azienda nel medio-lungo periodo, più innovazione (in quanto le applicazioni erano sempre aggiornate o quasi) e quantomeno con un livello di sicurezza comparabile a quello aziendale. Noi sapevamo che i sistemi aziendali danno una sicurezza spesso più psicologica che reale, la classica frase era “i dati stanno in casa nostra!”, e che questa è molto sopravvalutata. Ma non lo potevamo certo dire ai nostri interlocutori, i responsabili IT in azienda, che i loro sistemi erano sicurissimi — come i nostri peraltro — ma che il problema erano i post-it delle password degli utenti e non solo.

All’IT manager non far sapere…

Abbiamo sbagliato interlocutore — il responsabile IT non voleva certo in quel momento farsi “soffiare” il suo core business: spesso il successo di un prodotto o di un servizio non dipende dalla sua intrinseca bontà tecnologica, ma dai costi di cambiamento, e le motivazioni reali dell’acquirente, soprattutto nel B2B: spesso il timore di bruciarsi la carriera per soluzioni che forse daranno vantaggi in seguito, ma che ora hanno rischi immediati: blocca l’acquisto. Non cambiare ciò che funziona è sempre stato un mantra dell’IT e noi eravamo quelli che li volevano cambiare. Il secondo mantra è “nessuno è mai stato licenziato per aver acquistato IBM”. E noi non eravamo IBM.

Diceva un vecchio spot “Ma quanto mi costi?….”

Abbiamo sbagliato anche altre valutazioni, probabilmente: in primis, il costo della necessaria connessione a internet era (vado a spanne, ma posso sbagliare solo per difetto) almeno 20 volte più elevato della attuale, soprattutto quando si parlava di connessioni a svariati megabit al secondo, necessarie per usare il cloud (ops!) in modo soddisfacente.

O è stata anche una questione di marketing azzeccato, a partire proprio dal nome?

Non credo sia stata questione di marketing propriamente detto, credo che sia stata una rivoluzione dal basso. Del resto erano anni che Telecom Italia investiva cifre notevoli in promozione, con scarso successo. Sono stati invece gli utenti a cominciare a utilizzare in modo spontaneo Google Docs, Dropbox, Skype, la webmail, gli smartphone e le app collaborative. Il colpo finale dell’internet mobile ha reso i firewall e le app interne più un impiccio che un vantaggio. Tutto questo ha rotto gli argini e anche i responsabili aziendali più reticenti hanno dovuto arrendersi al fatto che internet è un mezzo sicuro ed efficiente per accedere ad applicazioni in rete.

Nella tua esperienza quanto conta un brand azzeccato? Oppure se un’idea è buona si vende anche se non parla da sé.

Nel mercato IT attuale, consumerizzato, conta più il passaparola che si sviluppa su di un prodotto innovativo che dà vantaggi immediati e basso rischio di cambiamento: Dropbox non era certo un naming innovativo o particolarmente azzeccato. Lo è stato il prodotto: semplice, affidabile, economico, e supportato da una campagna di member-get-member (“iscriviti pure tu, guadagnamo spazio entrambi”) che è diventato un paradigma.

Dal 1997 Gianluca Diegoli si occupa di business online e di eCommerce. Dopo una lunga esperienza come digital marketing manager in azienda, in questo momento è consulente in strategia di marketing digitale e formatore.

Autore di vari volumi di marketing per Apogeo, Il Sole 24 Ore, Hoepli e altri editori, e insegna alla Business School de Il Sole 24 Ore, al Master in Social Media di IULM, al Master in Comunicazione dell’Università di Siena, al Master in Comunicazione dell’Università di San Marino, al Master in Food Marketing di IULM.

Nel 2004 ha creato minimarketing.it, oggi uno dei blog di settore più letti in Italia. www.minimarketing.it

Foto di Alessio Jacona.

2 commenti

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  1. Io c’ero!… e di acqua sotto i ponti effettivamente ne è passata parecchia.
    Oltre ai correttissimi fatori menzionati da Gianluca Diegoli nella sua intervista, da non tralasciare infatti anche -soprattutto!- il formidabile impatto abilitante delle tecnologie di virtualizzazione sviluppatesi ed affermatesi nel frattempo.
    Oltre alle implicazioni funzionali (si pensi ad esempio agli scenari intercloud oggetto di recenti mega-lanci) e di Security (su cui peraltro le start-up di tutto il mondo stanno registrando investimenti VC davvero strepitosi), anche la stessa struttura di costi di infrastrutture virtualizzate -che sono la base di qualsiasi realizzazione Cloud- oggi sta godendo della possibilità di realizzare ottimizzazioni che ne abbattono letteralmente gli OpEx rispetto ai modelli tradizionali di fruizione dei servizi IT e a quelli Cloud di prima generazione.
    Un esempio a caso?… Eco4Cloud! :-)
    Con la sua innovativa tecnologia di consolidamento dinamico dei carichi virtuali Eco4Cloud realizza riduzioni dei consumi energetici compresi (misurati!) tra il 25% e il 60%. Uno degli utenti che ne parla pubblicamente è Telecom Italia, proprio ogi su Affari & Finanza di Repubblica: http://tinyurl.com/lb4zev9

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